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November 14

A E N I M A ____________________________________________________

Capita a volte che un gruppo compia un salto di qualità, un balzo sorprendente in avanti, uno scatto impetuoso in salita che li allontana dal plotone dei mediocri. Questo è quanto è successo ai Tool a metà anni 90: da band di belle speranze nella giungla grunge-crossover ai tempi del loro ottimo debutto sulla lunga distanza “Undertow”, alla pubblicazione di “Aenima”, universalmente riconosciuto quale caposaldo imprescindibile del metal anni 90 e trampolino di lancio per l’altro capolavoro “Lateralus” ( con buona pace di quei beccamorti di Pitchforkmedia.com, i quali stroncarono proprio “Lateralus” con votazione di 1.9 su 10). “Aenima” vanta altresì un respiro ben più ampio, essendo uno degli ultimi lavori in ambito rock che siano stati in grado di fornire non solo una sintesi stilistica eccitante e innovativa, ma anche una visione del mondo, un immaginario di riferimento assolutamente peculiari e inscindibili dalla musica che lo ha creato e dal contesto storico.

I segreti della alchimia sonora di “Aenima” sono tanti, ma due spiccano in particolare. In primis, il recupero di sonorità free legate alle forme più heavy della psichedelia primi anni 70, legate a un certo dinamismo new wave e trasportate nella dimensione serrata e claustrofobica del metal anni 90, creando un puzzle sonoro in cui convergono superba scrittura, tecnica, precisione, visionarietà e nevrosi. Inoltre, il carattere straordinario del contributo di ciascun componente del gruppo. Il batterista Danny Carey, autentico mago dei piatti, col suo stile ipnotico e tribale è la forza propulsiva, coadiuvato dal bassista Justin Chancellor, entrato in formazione proprio alla vigilia di “Aenima”: responsabile di scansioni ritmiche sulfuree e cavernose. Il chitarrista Adam Jones è l’anima creativa, autore di arabeschi hard rock divini, lussuriosi senza mai indulgere nella prolissità pur quando il minutaggio si fa eccessivo. Maynard Keenan è il valore aggiunto, sacerdote di arcane cerimonie perdute nel tempo giostrate da una voce potente ed evocativa come poche. I testi di Keenan sono poi particolarmente significativi, un gioco di maschere che confonde l’America, spesso influenzati dalla critica sociale e dalla filosofia del leggendario commediografo Bill Hicks, morto nel 1995, e al quale il disco è dedicato ( “Another dead hero”, recita il booklet).

Forte di una durata imponente (settantasette minuti), “Aenima” si divide tra lunghe e contorte suite e intermezzi sonori perlopiù bizzarri: tra questi sono memorabili “Message to Harry manback”, una pianistica mortuaria che sembrerebbe uscita dalla penna di Michael Nyman per la colonna sonora di “Lezioni di Piano” se non fosse per un testo sboccato e irriverente ( con frasi in italiano!), oppure l’ epifania organistica di “Intermission “, o ancora la trance industrial-percussiva di “Die eier Von Satan”.

L’album si apre con l’incedere ruvido e geometrico di “Stinkfist”, in cui Adam Jones sciorina con ripetitività quasi robotica i suoi riff, fino a una progressione armonica alla Faith No More in cui entra in scena la maestosa voce di Keenan, da cui si irradiano sciamaniche declamazioni.

Eulogy” è il primo apice: un trattato sulla religione, la sua mercificazione e i suoi abusi . Una sinfonia apocalittica di intensità emotiva insostenibile, in cui la follia e l’alienazione scavano nella razionalità dell’opera: la sezione ritmica è una fucina metallica implacabile, sviscerata con perizia chirurgica dentro un gioco a incastri complesso, condotto dalla sei corde di Jones, con Keenan perso tra febbri e visioni metafisiche al grido di “Don’t cry or feel too down /Not all martyrs see divinity/ but at least you tried”.

Questa compattezza di fondo, scandita su figure percussive quasi sempre in contro tempo, inizia a frantumarsi verso un magnetismo allucinogeno scardinante con due classici quali “Forty six and two” e “Jimmy”: dai riff magmatici e avvolgenti si passa a singulti sempre più oscuri, criptici e inquietanti, cui fanno da contraltare le sferragliate telluriche della corrosiva “Hooker with a Penis”.

E il meglio arriva con le ultime tre suite. “Pushit” è l’archetipo delle cavalcate che illumineranno i successivi “Lateralus” e “10.000 days”, dieci minuti di una intensità glaciale che mettono in scena lo squallore della moderna esistenza umana, con turbolenze metalliche che galleggiano in acque tempestose e torbide, solcate da impetuosi venti gotici.

L’anthem lacerante “Aenema” disegna una parabola che annichilisce e risucchia nel nulla: uno tsunami che si abbatte sugli spasimi urbani di una Los Angeles ormai al collasso e da radere al suolo, con tanto di insulti a Ron Hubbard, a Scientology e alle case farmaceutiche produttrici di Prozac. Adam forgia un assolo di slide da brividi, mentre Maynan impersona un muezzin catastrofico che invoca la purificazione della città del sole nella fantomatica “Arizona Bay”, tra sussurri suadenti e devastanti urla, in un rituale ossianico che aggiorna il lascito sabbathiano.

Ma tutto passa in secondo piano di fronte all’abisso esistenziale di “Third Eye”: tredici minuti di inarrivabile crossover attraversati da visioni profondamente legate all’America degli anni 90, ad affascinanti teorie esoteriche e al mondo più intimo dello stesso Keenan. Un labirinto in cui si svelano in cui la plasticità dei King Crimson e le allucinazioni ritmiche dei Faust vengono trapiantate in un solido scheletro cyborg-metal, in un gioco di rilasci delle tensioni accumulate che sfociano nel mantrico finale, tra funamboliche traiettorie di chitarra ed eccellenti esplosioni percussive. I Tool allo zenith del loro percorso artistico, tra meandri sonori e concettuali inarrivabili per quasi tutti i loro contemporanei.

November 11

L A T E R A L U S ____________________________________________________

Sin dalla sua nascita, persa nella notte dei tempi, l’uomo è rimasto affascinato dall’immaginifico ideale della perfezione, che si manifestava intorno a lui nelle più svariate forme, che solo la natura sa dare alle proprie creature. E, pur conscio dei propri ed innumerevoli limiti, ha ricercato alacremente di avvicinarsi il più possibile a questa magnifica utopia, mediante il suo sfaccettato e stratiforme genio. Ovunque, in ogni epoca ed in ogni luogo, c’è stato qualcuno che ha deciso di intraprendere questa missione titanicamente impossibile, affidandosi tanto ad una scrupolosissima dedizione quanto ad una piena coscienza di sé e del proprio potenziale, cercando di migliorarsi, giorno dopo giorno, pur sapendo già che la meta suprema era destinata a fallire.

Ma molti ci sono andati vicini, molto vicini. Pensiamo a Leonardo da Vinci, instancabile inventore, creatore e studioso di decine e decine fra le maggiori discipline d’istruzione, dalla matematica, alla biologia, alla scultura, alla pittura, all’architettura, alla letteratura. O ancora, ai leggendari musicisti classici: Bach, Chopin, Beethoven, Verdi, Mahler. E dobbiamo concedere un occhio di riguardo anche a Leonardo Fibonacci, matematico fiorentino del Rinascimento, noto per aver scoperto la cosiddetta “spirale” geometrica che da lui prende il nome. Fibonacci, infatti, costruendo la sua teoria, scoprì che un qualunque numero della serie risulta essere la somma delle due cifre che lo precedono. Ad esempio, il 5 viene preceduto dal 2 e dal 3 (2 + 3 = 5). E quindi, si arrivò a scrivere 1-1-2-3-5-8-13…

Da qui, “Lateralus”. Un altro mondo.

L’argomento che stiamo per trattare è talmente complesso e, allo stesso tempo, delicato, da non poter essere trattato con sufficienza o, comunque, superficialità. Occorre concentrazione, obiettività –anche se, temo, di quella ne resterà poca- e soprattutto preparazione. Non avrò la presunzione di possedere, anche in minima parte, una di queste tre caratteristiche, ma in ogni modo mi accosto a parlarvi di questo disco –e di questa band- con la stessa trepidazione che può provare un bambino di fronte ad un supereroe.

Signori e signore, si parla di Tool. Non una formazione qualsiasi: i Tool.

Nati a Los Angeles, nel culmine dell’era grunge, i quattro musicisti americani (“Maynard” James Herbert Keenan, voce: Adam Jones, chitarra elettrica; Paul D’Amour prima, Justin Chancellor poi, basso; Danny Carey, batteria) esordirono sul mercato discografico nel 1992, con un EP dal nome “Opiate”. L’album vero e proprio, “Undertow”, arrivò solamente l’anno successivo. Pregno di strascichi post-grunge, dal mordente sonoro serrato e sostenuto, mostrava in pratica solamente il lato aggressivo della band, per certi versi ancora acerba ed immatura. Con l’addio di D’Amour, e il conseguente arrivo di Chancellor, il complesso si trasfigurò completamente. Tre anni di silenzio: tre anni di meditazione, necessari per elaborare quindici nuove canzoni, necessari per distaccarsi completamente da ogni possibile etichettatura, necessari per sviluppare una nuova sensibilità progressive, oscura, limacciosa, interiore. Ed ecco spuntare fuori il capolavoro: “Ænima”. Uno dei dischi, se non il disco, fondamentali degli anni ’90. Oltre settanta minuti di claustrofobia lisergica, asfissiante, poderosa.

Poi, ancora cinque, lunghissimi anni.

È solo agli inizi del 2001 che si cominciano a spargere le voci sul nuovo lavoro dei Tool: il titolo, provvisoriamente “Systema Encephàle”, solo in seguito “Lateralus”, esce nella primavera dello stesso anno. Tredici tracce in totale, per settantotto minuti abbondanti.

E nulla sarà più come prima.

Tutto, all’interno dell’album, è predisposto secondo la più rigorosa delle disposizioni geometriche. Tutto è calcolato, ragionato, freddamente elaborato, tutto viene incastonato con una precisione certosina. Nulla è lasciato al caso, nulla è frutto di improvvisazione. Ma il disegno di progettazione è talmente vivido, ricco, elaborato e inventivo da sembrare alieno, asettico… extraterrestre.

Nell’artwork è rappresentato un uomo. Un uomo traslucido, che viene ripreso in ogni pagina del libretto. Un uomo che, foglio dopo foglio, viene letteralmente scorticato, per apparire integro in tutta la sua debolezza. Umana, per l’appunto. Si possono osservare tutti gli organi, cuore compreso, che appaiono sotto lo strato cutaneo. Per poi finire con il cervello dell’inpiduo, nel quale si può scorgere la parola “God”. Un anello di ricongiunzione che si chiude, con uno scatto secco.

E la musica. La musica…

Con un cigolio meccanico, le danze vengono aperte da “The Grudge”, un buco nero, fosco e psichedelico, dove riff roboanti e metallici si contorcono, subendo improvvise accelerazioni, o spiazzanti rallentamenti, in mezzo ad una nebbia elettronica. La voce segue i dettami dei controtempi percussionistici dettati da Carey, un vero mago dietro le pelli: ruvida fra l’imponente monolite sonoro di Jones e Chancellor, morbida nell’arpeggiato cibernetico, sognante fra le dense brume dei feedback sfrigolanti, in un continuo, meccanico ballo, fatto di doppi pedali, cambi di tempo, accordi chiusi ed ossessivi, urla poderose.

L’intermezzo sonoro dell’acustica distorta di “Eon Blue Apocalypse” serve ad introdurre il subdolo macigno di “The Patient”, una sorta di trasposizione dei Pink Floyd in una notte gelida, senza stelle, dove il tempo si perde e la cognizione di sé stessi anche. Tutto è alterato, meccanico, senza speranza: le caligini condensate che appaiono nell’orizzonte vengono sconvolte e ribaltate da un continuo marasma di riff, come se Gilmour stesse combattendo contro dei demoni infernali, sostenuto da una scarica balistica di doppia cassa, traballante e terremotante. Ed il tutto è reso ancora più cupo dalle parti vocali, quasi disperate nell’ultimo, grande grido d’aiuto.

Un ennesimo intermezzo, che riproduce il miagolio di uno dei gatti di Maynard mentre viene strozzato (“Mantra”) è il preludio perfetto per “Schism”, il pezzo, se possibile, più “terreno” ed umanamente concepibile dell’intera opera (non a caso, primo singolo estratto). Questa volta, ad essere tirati in ballo sono i King Crimson: quell’unico riff, angoscioso nella sua monotonia, sembra rimbalzare da una parte all’altra dell’opprimente casa di specchi nella quale i Cremisi sono stati rinchiusi, a tradimento, dai quattro losangelini. Quella cantata da Keenan è quasi una nenia, sonnolenta e regolare, che annega in un mare di drumming sconnessi. E l’universo, pian piano, si espande, a ritmo sistolico.

Il binomio interludio/brano continua anche con la successiva pisione, in “Parabol” e “Parabola”. Se la prima sembra essere suonata sugli altopiani tibetani, tanta è la metodica spiritualità che si vi si respira –dalla voce, bassa e lamentosa, alle chitarre, distanti, ipnotiche e riecheggianti-, la seconda è la sorella cattiva, l’alter ego mostruoso. Basta un repentino cambio di feedback, e la creatura sussulta, attraversata dalla corrente elettrica, per poi mutare in una spaventosa allucinazione. Mai come ora, i Tool si sono soffermati alla ricerca del proprio io interiore, tra picchi di sofferenza e constatazioni dal retrogusto ascetico (“This body/ this body is holding me/ be my reminder here that I am not alone/ in this body/ this body holding me/ feeling eternal/ all this pain is an illusion”): è forse la droga la sostanza che permette queste “percezioni” extrasensoriali? Non è dato saperlo: ma viene davvero la pelle d’oca nel finale quando, dopo gli ultimi sconquassi metal e i guaiti rabbiosi di Maynard, si crea un muro sonoro dalla potenza vibrante, quasi mistico, che discende sui timpani dell’ascoltatore come manna dal cielo, commovente ed emozionante. Ed è una spirale magnetica che sale in alto, per poi collassare su sé stessa e disperdersi nell’infinito. Il rispettivo video, diretto da Jones, è quanto di più artistico si potesse prevedere, un piccolo film, schizzato e metaforico, la cui visione è assolutamente consigliata.

Se quanto fatto finora sembrava inumano, quasi pino, bisognerà aspettare la seconda parte per rendersi conto che, quelle ascoltate, altro non erano che bazzecole. Se avevamo ascoltato un mondo, ora davanti a noi si apre un universo. Pieno di sorprese e di mutamenti.

Abituati com’eravamo ai rintocchi prog e alle dispersioni psichedeliche, dobbiamo subito ricrederci e focalizzare l’attenzione su altre sfumature. La ripartenza, infatti, è affidata ad una delle canzoni –se non la canzone- più violenta nell’intera storia dei Nostri, “Ticks & Leeches”. Carey si supera, letteralmente: se prima lo consideravamo un mago, ora dobbiamo vederlo sotto una nuova luce, quella dello stregone. I tempi che crea sono così discordanti e veloci che facciamo appena in tempo ad accorgerci delle sature distorsioni che accompagnano chitarra e basso, o delle urla disumane, poco meno rapcore, che ci regala il buon Keenan. Tutto il pezzo si snoda attraverso un esoscheletro prettamente hardcore, serrato, brutale e veloce nonostante l’ingombrante durata finale, che nelle decelerazioni sviluppa alcune propaggini di ribollente prog, largamente contaminato da spunti elettronici e da bisbigli incomprensibili.

Ma la vera e propria perla di tutto il disco è la title-track, nove minuti e ventiquattro di musica, nata solo per penire leggenda. Già da quell’arpeggiato occulto che colora di mistero l’incipit, per poi esplodere in un’ordinatissima sfuriata metallica, si capisce quale meraviglia si stia dipanando nelle nostre orecchie. Il vero e proprio incanto, in ogni caso, è rappresentato dalle liriche o, meglio, dal loro assetto. Il testo, infatti, viene volutamente sillabato in modo da creare un’ipotetica sequenza di Fibonacci: una soluzione così cervellotica ed insolita da non apparire chiara ai primi ascolti. Ma tant’è: provare per credere. “Black (1)/ then (1)/ white are (2)/ all I see (3)/ in my in-fan-cy (5)/ red and yel-low then came to be (8)/ rea-ching out to me (5)/ lets me see (3)/ as be-low, so a-bove and be-yond, I i-ma-gine (13)/ drawn be-yond the lines of rea-son (8)/ push the en-ve-lope (5)/ watch it bend (3)”. Talmente assurdo da essere vero: il genio di Fibonacci risorge, glorioso, in mezzo ad una serie di riff ruvidi e sotto un passaggio di doppio pedale. Ma, ricordiamo, si sta parlando di Tool, nient’altro che un altro, grandissimo ingegno.

Da questo momento in poi, l’ultimo contatto con la Terra viene definitivamente interrotto. Si viaggia in una dimensione parallela, onirica e narcotica.

È un compito ingrato, quello del tridente “Disposition”, “Reflection” e “Triad”. Con circa ventitré minuti a disposizione, devono permettere, se non creare, fluidità con il mattone sonoro creatosi alle spalle, un Big Bang musicale che sta facendo crollare le fondamenta basilari del suono moderno. Sembrerebbe davvero impossibile riuscirci: eppure, non solo i quattro ce la fanno, ma vanno oltre e arrivano a comporre un passaggio ancora migliore. Una full immersion in un tunnel lisergico, estraniante, incredibilmente introspettivo, lungo ed estremamente elaborato.

Una galleria che parte da “Disposition”, pezzo dolce ed armonico, che viene più volte attraversato da una vena di suggestione tribale, grazie agli arabeschi tracciati dalla chitarra di Jones. Il respiratore viene staccato: il sortilegio di “Reflection” può finalmente avere inizio. Immersioni new age, percussioni gorgoglianti che segnano il tempo con incredibile perizia, chitarra e basso che si fondono in un unico, grande, ammaliante strumento, pronto a lanciare le sue onde radio magnetizzanti e seducenti, flauti di Pan che serpeggiano in ogni pertugio, feedback che alzano la testa e si risvegliano, improvvisamente, densi e metodici. Le parti vocali sembrano essere in secondo piano, come cadute in una trance incontrollabile. Non c’è bisogno di perpetrare rabbia, si avverte solo un senso di grande pace interiore, anche nei momenti meno controllati, dove le chitarre si scindono e disperdono per la terra i propri acidi. Ma non c’è rancore, né tantomeno vendetta. Solo una rassegnata meditazione, che trascende nell’incommensurabile.

Lenta e silenziosa, arriva anche “Triad”, la strumentale, l’ultimo tassello che mancava a “Lateralus”, se di mancanze si può parlare. Questa volta, però, il sonno eterno è finito. Le chitarre si sono risvegliate dal loro assopimento e, con esse, si è riaccesa la fiamma ossidrica del furore metal. Un vero e proprio inabissamento nella psichedelia più terribile e recondita, in un oceano di controtempi e di riff cupi e possenti, sempre più violenti e decisi. Un bagno che stordisce e, allo stesso tempo, rigenera.

Potrebbe essere finita qui. Potrebbe. Ma non per i Tool.

L’epitaffio è firmato “Faaip De Oiad”, una conversazione telefonica fra due persone non meglio specificate, disturbata da continui pizzicori industrial, nella migliore strategia Nine Inch Nails, dove nulla si riconosce chiaramente se non quel ronzio meccanico, continuo, quel loop cibernetico che gira, gira, gira. E chiude. Rimane solo il silenzio.

Signori e signore, in questo album c’è scritto il genoma del rock. Il passato, il presente, il futuro, l’immaginabile, l’inimmaginabile, l’impossibile. Il chiaro, l’esatto, l’astruso. Inascoltabile per chi non abbia, nel proprio inconscio, una capacità di sopportare settantotto minuti infernali. Settantotto minuti che hanno cambiato la musica. Settantotto minuti… perfetti. Non una macchia, non una sbavatura. A qualcuno potrà sembrare prolisso, pedante, fin troppo pastoso, addirittura (!) un mero esercizio di classe, un inutile sfoggio di bravura, o ancora un’opera glaciale, fredda, senza sentimenti.

Pensatela come volete. Una cosa è certa: “Lateralus” è la Perfezione, con la p maiuscola, fatta musica. La Perfezione che molti hanno cercato e che solo quattro, al momento, hanno raggiunto. I Tool.

November 07

FORTYSIX AND 2

FORTY SIX & 2

Joining my
Joining my child
As I'm digging through
My old numb shadow

My shadow's 
Shedding skin and
I've been picking 
Scabs again

I'm down 
Digging through 
My old muscles 
Looking for a clue 

I've been crawling on my belly 
Clearing out what could've been
I've been wallowing in my own confused 
And insecure delusions 

For a piece to cross me over 
Or a word to guide me in 
I wanna feel the changes coming down 
I wanna know what I've been hiding 

In my shadow 
My shadow
Change is coming through my shadow 
My shadow
Shedding skin 
I've been picking 
My scabs again

Joining my
Joining my child
As my shadow moves
Closer to me now

I've been crawling on my belly 
Clearing out what could've been 
I've been wallowing in my own chaotic 
And insecure delusions 
I wanna feel the change consume me 
Feel the outside turning in 
I wanna feel the metamorphosis and 
Cleansing I've endured 

Within my shadow 
My shadow 
Change is coming 
Now is my time 
Listen to my muscle memory 
Contemplate what I've been clinging to 
Forty-six and two just ahead of me

I choose to live and to grow 
Take and give and to move
Learn and love and to cry 
Kill and die and to be 
Paranoid and to lie 
Hate and fear and to do 
What it takes to move through 

I Choose to live and to lie 
Kill and give and to die 
Learn and love and to do 
What it takes to step through 

See my shadow changing 
Stretching up and over me 
Soften this old armor 
Hoping I can clear the way by 
Stepping through my shadow 
Coming out the other side 
Step into the shadow
Forty six and two are just ahead of me..
March 08

MUSIC

 
 

NOVE MINUTI E 24 DI MUSICA

nati solo per venire leggenda

juan ESCALANTE

Occupation
Location
Interests

Jimmy

 

the Patient

 

Stinkfist

 </object

Reflection

 

Vicarious

 

Lateralus

 

Eulogy

 

Parabola

 

46 & 2

 
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